Artigiani di libertà

03/07/2011 § Lascia un commento

 edoardo chianura

Leggendo il libro di Andrea Granelli, “Artigiani del digitale”, mentre la televisione trasmetteva le notizie sulle sollevazione del mondo arabo, riflettevo sui modi in cui una popolazione prettamente di giovani, con diverse motivazioni in ogni nazione, riusciva a dare vita a una grande sommossa popolare  e non ho potuto fare a meno di accostare artigiano a web intesi, sia nel libro che nel caso dei paesi arabi, come potente binomio di innovazione, come formidabile motore di libertà.

E qui la domanda: perché da noi, in Italia, in cui i social network sembrano diventati “il pane” del nostro stare in comunicazione con gli altri, non producono tali e tanti effetti pur in una situazione politica, etica ed economica così deteriorata? Mentre invece la televisione è ancora così potente nel creare consenso, visioni del mondo, pur consapevoli del suo essere per lo più, e con sempre maggior pressione, controllo di potere? Ma torniamo alle sollevazioni popolari nel mondo arabo. Possiamo certamente affermare che sono attualmente il più importante tentativo di cambiamento reso possibile da Internet in cui le reti sociali svolgono un ruolo fondamentale, un ruolo chiave, per consentire alle persone di aggirare la censura del potere del luogo.

Già Manuel Castells, docente universitario di Sociologia e direttore del Interdisciplinare Internet Institute presso l’Universitat Oberta de Catalunya aveva pronosticato[i] “come i cambiamenti apportati alle tecnologie della comunicazione creino nuove possibilità per l’auto-organizzazione e l’auto-mobilitazione della società, by-passando le barriere della censura e la repressione imposta dallo Stato [… dove] la possibilità di ribellarsi senza essere immediatamente annientati dipende dalla densità e dalla velocità di mobilitazione e questi fattori dipendono dalla capacità creata dalle tecnologie che ho classificato come auto-comunicazione di massa”.

E qui torno con i miei pensieri ad un’altra parolina tanto in voga tra gli studiosi di nuove tecnologie per affermare una esclusione dalla “rete” dovuta a condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici, provenienza geografica: “digital divide”. Ma allora chi sono gli “esclusi”?

Probabilmente, come afferma Manuel Castells, “la storia del digital divide in materia di accesso è vecchia, è falsa e noiosa perché si basa su una predisposizione ideologica, tra gli intellettuali, che porta a minimizzare l’importanza di internet. Ci sono 2.000 milioni di utenti di internet sul pianeta e 4.800 milioni di abbonati mobili. Anche i poveri hanno i cellulari e, benché in misura minore, accesso a Internet. … E il costo finanziario e lo sforzo funzionale necessari [da parte dei regimi, Iran compreso] per disconnettere internet [sono] così alti che hanno dovuto ripristinare la connessione al più presto”.

Detto ciò, probabilmente c’è un accostamento da fare fra questo momento particolare per il mondo arabo e ciò che attraversò il mondo occidentale in quello che è stato oramai etichettato come il fenomeno del “Sessantotto”: l’importanza dei giovani. E i numeri ce lo confermano[ii].

I regimi autoritari sono caduti e stanno sobbalzando uno dopo l’altro sull’onda di una protesta popolare che ha visto e vede nella partecipazione di migliaia di studenti la forza più considerevole. Un mondo giovane fatto di tantissimi studenti, contro il vecchio potere.
Il mondo arabo infatti è composto da società davvero giovanissime: l’età media in Libia come in Egitto 24 anni, in Algeria 27 anni, in Giordania 21 anni, nello Yemen 18 anni. In Iran i giovani (il 70% della popolazione) ormai sono massicciamente contro il regime. Un aspetto molto distante da società in continuo invecchiamento come quelle della “vecchia Europa” (Italia compresa). E gli studenti chiedono, a gran voce, di essere ascoltati in questa rivolta che sta già passando alla storia.
Ed ecco allora la forza vincente dei social network come Facebook e Twitter, entrati ormai nella vita quotidiana dei giovani di tutto il mondo: la possibilità di creare movimento di protesta in maniera spontanea al di là dell’opposizione politica organizzata, “wiki-rivoluzioni” che si auto-generano e si auto-organizzano.

La rivoluzione che sta scuotendo oggi le fondamenta del mondo arabo è dunque una rivoluzione importante per due aspetti. Innanzitutto perché è la prima rivoluzione del mondo pan-arabo che non abbia assunto per ora connotati religiosi ed è la prima rivoluzione internazionale a ricevere l’ausilio della tecnologia, nonostante stia avvenendo in paesi con il più basso tasso di penetrazione tecnologica. E’ una rivoluzione 2.0 che da noi ha avuto un suo momento nella giornata del 13 febbraio quando attraverso un tam tam mediatico di siti internet e social network, ha trascinato con numerosi consensi, importanti adesioni, tanta gente a protestare nelle piazze italiane per la dignità delle donne.

Eppure c’è qualcosa che in questo paese non mi convince. Un paese avanzato tecnologicamente in cui ognuno ha oramai un suo cellulare per comunicare e documentare ciò che vede, che vive, in cui i più hanno una connessione ad internet per condividere, rilanciare, discutere, ma dove la televisione evidentemente ha ancora un ruolo centrale (come accennavo all’inizio) nel creare consenso, pensiero e stili di vita. E’ quindi solo una questione di età anagrafica della popolazione? Siamo troppo vecchi per pensare a veri cambiamenti che partono dal basso? Non credo! Un esempio? Le tv nazionali hanno bombardato per mesi con informazioni ingannevoli i nostri canali TV sulla questione del nucleare e finalmente il Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria ha bloccato la messa in onda dello spot promosso dal Forum Nucleare, perché appunto “ingannevole”. Ma quanti lo sanno? Quanti hanno “fabbricato” questo risultato. Probabilmente quei 200.000 che hanno visitato lo spot di Greenpeace[iii] rimbalzato sulla rete grazie anche al passa parola. Un buon risultato? Non lo so! Intanto la data del referendum si avvicina.


Intervista a Manuel Castells

Spot antinucleare di Greenpeace

Articolo tratto da Aspenia Online

Sito Stop al Nucleare http://www.greenpeace.it/stopnucleare/

 

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